Colite da antibiotici detta anche pseudomembranosa

Trattasi di una grave modifica che può portare il malato di colite persino alla morte, collegata con un pesante trattamento antibiotico. Tra i sintomi più evidenti di questo disturbo vi è una grave infiammazione delle pareti intestinali a causa della presenza di pseudomembrane e placche nell’intestino tenue e nel colon.

L’origine della colite pseudomembranosa è solitamente legata all’abuso prolungato di farmaci antibiotici, fonte di distruzione della flora batterica, fondamentale per la salute dell’intestino. La causa principale che favorisce una condizione fisica precaria, è il bacillo Clostridium difficile.

Questo batterio trova nell’intestino tenue le migliori condizioni per svilupparsi e riprodursi velocemente, producendo una grande mole di tossine che danneggiano irrimediabilmente la mucosa intestinale.
In particolare sono due tossine termolabili le principali responsabili di questa malattia, tale da costringere l’ammalato a sottoporsi a terapia.

Quando la parete dell’intestino viene colpita in questo modo, la mucosa gastrica diviene iperemica e causa la formazione di una pseudomembrana costituita da placche fibrose bianco-giallognole la cui grandezza può variare da pochi millimetri, sino a qualche centimetro. Sono proprio queste placche pseudomembranose le artefici del consumo di fibrina e leucociti nella zona intestinale e dei conseguenti spasmi e dolori acuti nello stomaco. Nelle aree infettate si constata una evidente perdita dell’epitelio.

Sintomi e cause

Numerose eccellenze in campo medico hanno confermato come un po’ tutti gli antibiotici possano portare a questa complicanza. Esistono però farmaci con funzione antibiotica che sembrerebbero essere le maggiori cause di questo disturbo. In questo elenco di medicine ritroviamo: la clindamicina, la ampicilina e soprattutto la cefalexina. In alcune occasioni un disturbo che presenta questo tipo di placche pare possa essere causata pure da farmaci cicostatici.

Il proliferarsi del batterio Clostridium difficile e la successiva presenza di diarrea sono dovuti all’azione antibiotica di medicinali in grado di indebolire la flora intestinale e la sensibilità dell’intestino del soggetto, a causa di un sistema immunitario compromesso e non in salute. Tra i segnali più evidenti si ricordano le feci gialle, che se fatte più di 3 volte nell’arco della settimana dovrebbero mettere in allarme il soggetto.

La presenza del bacillo Clostridium è notevolmente aumentata negli ultimi anni tra la popolazione mondiale, a causa di un uso massiccio di antibiotici, sempre più diffuso tra la popolazione di Stati Uniti d’America e Europa. I sintomi di questo male vengono studiati già dalla fine del XVII secolo.

Tale batterio intestinale è presente nel 6% degli adulti sani, organismi in cui non comportano difficoltà o problematiche di alcun tipo. In un soggetto che non ha predisposizioni verso la infiammazioni i batteri risultano inoffensivi e competono assieme a cibi e alimenti all’interno delle pareti intestinali.

Quando poi vengono somministrati gli antibiotici solitamente questi bacilli responsabili della colite pseudomembranosa muoiono. Capita però che un esiguo numero di questi possa sopravvivere e quindi proliferare in tempi estremamente rapidi, causando gravi infiammazioni nello stomaco, associati a forti dolori intestinali. Va precisato come i sintomi non sono legati direttamente al batterio, bensì alle tossine termolabili prodotte da questo.

I soggetti più esposti a questo tipo di problema sono gli anziani che hanno superato i 65 anni d’età che utilizzano contemporaneamente 2 o più antibiotici.
Ulteriori fattori che possono accentuare la sintomatologia della colite da antibiotici sono i soggetti che hanno già avuto ischemia intestinale o altre malattie dello stomaco che hanno già precedentemente danneggiato le mucose gastriche e il sistema immunitario del malato.

Studi medici hanno chiarito che un soggetto su tre, di quelli che mostrano la presenza del batterio Clostridium difficile potrà essere vittima di pesanti diarree. Cambiando la proporzione invece, su 100 pazienti che avevano il batterio Clostridium ben 5 hanno sviluppato una forma fulminante, mentre i restanti sono diventati portatori asintomatici di questo batterio.
Il tasso di morte è compreso tra il 3-6%.
I segnali della colite di tipo pseudomembranoso si notano generalmente entro una settimana dall’inizio della terapia. Esistono casi clinici però, nemmeno così infrequenti, in cui i sintomi possono emergere anche 2 mesi dopo l’assunzione della prima pillola di antibiotico. Tra le caratteristiche più diffuse della CP vi è: la nausea, la dissenteria, gonfiore di stomaco, inappetenza e febbre. In episodi più sporadici si segnalano malati con altri sintomi ancora, come muco, disidratazione e profondi dolori all’addome.

Nei casi più gravi, la malattia può degenerare in enterocolite pseudomembranosa, in cui il paziente vive uno stato febbrile molto spiccato, in cui la sua temperatura corporea raggiunge anche i 40 e 40,5°. Altre avvisaglie di questa enterocolite sono: disturbi elettrolitici, edemi, megacolon tossico e perforazioni del colon.

Le possibilità che un paziente possa seguire una terapia e, dopo aver risolto il problema, avere una ricaduta, sono elevate.

La prevenzione della CP

Si può fare molto dal punto di vista pratico per limitare la diffusione di un disturbo così debilitante. Gesti semplici, ma risolutivi che permettono di contenere la propagazione del disturbo.
Tra questi consigliamo il lavaggio costante delle mani e l’utilizzo di guanti in lattice.

La diagnosi

Attraverso l’analisi della sintomatologia del paziente e lo studio della sua cartella clinica è possibile realizzare una diagnosi completa che comprenda l’assunzione di antibiotici e la ricerca di eventuali ricoveri ospedalieri negli ultimi 4 mesi.
Ai fini di diagnosi si mettono in pratica dei test di citotossicità. Si tratta di test abbastanza complessi da realizzare, perchè durano oltre 2 giorni e necessitano della manipolazione della tecnica di coltura cellulare.

Atri strumenti utilizzati per la diagnosi della malattia e iniziare una terapia sono: l’endoscopia, la la colonscopia e la sigmoidoscopia. Queste ultime 2 sono procedure differenti, ma appartenenti sempre all’endoscopia. In ogni caso si ricorrerà all’inserimento anale di un tubicino per rilevare lo stato delle mucose intestinali.
Segno inconfondibile della malattia è la presenza di una membrana giallognola che ricopre l’intera superficie delle placche (dette anche pseudomembrane), che risulterà vistosamente infiammata.

L’endoscopia risulta infine molto indicata in tutti i casi di ileo, sempre molto difficili da diagnosticare.

Terapia vincente

Il trattamento del soggetto colpito da questo male prevede una specie di isolamento. Il malato dovrà quindi interrompere immediatamente la terapia antibiotica ed essere idratato a dovere.
Qualora la condizione estremamente compromessa da parte del paziente impedisse al paziente di sospendere la cura antibiotica, allora sarà importante almeno sostituire le medicine più pesanti con farmaci con funzione antibiotica più blandi e meno pesanti per l’organismo.

I farmaci che hanno dato i migliori risultati nella terapia da colite pseudomembranosa sono: la vancomicina e il metronidazolo.
La scelta, favorita da un costo di vendita minore, spesso ricade sul metranidazolo.
Qualora i pazienti in cura riscontrassero sintomi di intolleranza farmacologica, sarà necessario utilizzare un altro medicinale durante il trattamento.
La vancomicina invece, disponibile in capsule, viene spesso preferita per una maggiore comodità di assunzione da parte dei pazienti, al di là delle reali capacità curative del farmaco.

L’impiego di Metronidazolo garantirà inoltre una percentuale di “ricadute” molto basso, pari a massimo il 6% dei pazienti in cura.
Un ottimo risultato, emerso dai test di laboratorio, è stato raggiunto pure dalla Teicoplanina, con un buon 8% dei casi di ricaduta. La Vancomicina invece risulta abbastanza distante da questo punto di vista, rispetto gli altri due farmaci sopra analizzati.

La percentuale di ricaduta della Vancomicina si assesta tra il 25-30%. Un risultato ben al di sotto delle aspettative, considerata pure la diffusione di questo medicinale.

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