Pesce fresco e fregature

Una truffa con le pinne

Pesce e colite
Leggi che puzzano di pesce
Il consumo di pesce fresco in Italia
Il giallo del tonno rosso
Le fregature in pescheria
Riconoscere il pesce fresco

Alimento molto apprezzato sul piano del gusto, oltre che sotto il profilo prettamente nutrizionale, il pesce è uno dei cibi più consumati nel Mondo.
Sappiamo bene che oltre l’80% della superficie terrestre è ricoperta di acqua, allora non c’è da stupirsi se alla base di numerosissime ricette siano presenti prodotti ittici.

Consumiamo circa 20 chilogrammi di pesce pro capite e si calcola che oltre un terzo della popolazione mondiale utilizza i prodotti ittici come alimento principali. Anche se il prezzo di questo cibo marino può variare molto in funzione della latitudine e della grandezza del mercato in cui viene venduto, è giusto dare qualche informazione in più su questo alimento ricco di omega 3, in modo tale da far comprendere ai consumatori italiani come distinguere il pesce fresco da quello un po’ più datato, evitando di incorrere nelle più frequenti sofisticazioni alimentari.

L’alterazione dei prodotti ittici è un problema molto discusso, soprattutto se pensiamo al fatto che questa categoria di alimenti rientra in un gran numero di diete. Putroppo non tutti i soggetti distinguono un pesce decongelato da uno pescato a pochi chilometri dal punto in cui si acquista.

Questa lettura, se non proprio un vademecum, vorrebbe rappresentare una valida guida per non incorrere in acquisti scellerati quando ci si ritrova nei pressi del bancone con saraghi e orate.

Pesce e colite

I nostri lettori ci domandano spesso delucidazioni cosa è più giusto mangiare quando si ha la colite o comunque quando si manifestano alcune spiccate difficoltà alimentari, a livello digestivo.
Quasi sempre i dubbi di questi utenti riguardano l’idoneità di assumere pesce crudo o crostacei quando si soffre di irritabilità del colon.

Anche se una dieta anti colite universale non esiste, sosteniamo vivamente come i prodotti provenienti dall’habitat mare siano decisamente più sani e meno mistificabili, dal punto di vista dei processi di conservazione dei cibi, rispetto le carni rosse.

Volendo indicare un regime alimentare ideale, senza incorrere in pericolose carenze da vitamina B12 o più in generale di proteine essenziali allo sviluppo dei processi biochimici dell’organismo, non potremmo esimerci dall’indicare i pesci e i molluschi come degli ingredienti dai grandi benefici e desiderabili anche quando si seguono delle diete dimagranti.

coda pesce frescoLa migliore digeribilità dei tessuti del pescato, con qualche eccezione nel caso di animali marini consumati crudi e l’assenza quasi totale di grassi saturi, salvo alcune specifiche fonti caloriche ricche di colesterolo, come nel caso della testa di scampi e “mazzancolle”, obbliga i nutrizionisti a suggerirne il consumo e i tecnici del settore ittico a spiegare come capire se il pesce è di qualità.

La sintesi di questo articolo vuole essere un vademecum del consumatore per imparare a difendersi da truffe alimentari che spesso hanno come protagonisti proprio i pinnuti o i frutti di mare, sempre più di moda, da quando è scoppiata la sushimania. Vendere pescato vecchio non solo è ingiusto, ma potrebbe risultare fatale in molti casi di pazienti con disturbi intestinali e mucose gastriche irritate.

Leggi illecite

Anche se sembrerà strano a dirlo, soprattutto se detto da noi di Colitesintomi che tanto apprezziamo gli sforzi statali di regolamentare il settore alimentare, ma il governo italiano non sembra voler fornire ai suoi cittadini tutti gli strumenti necessari necessari per arginare il problema dell’origine del prodotto pescato in mare e obbligare le pescherie o le bancherelle che vendono prodotti derivati dal mare a seguire procedure rigorose e mettere loro nelle condizioni di essere quanto più trasparenti possibili ed esporre esclusivamente pescato di qualità e genuino.

La possibilità offerta dal Ministero della salute italiano, legata alla regolamentazione dell’impiego di perossido d’idrogeno, legiferata solo qualche mese fa, rende la pratica della “sbiancatura del mollusco” un fatto ormai consolidato.

Quello che era uno dei timori più diffusi tra gli amanti dei molluschi, ovvero quello di lasciarsi ingannare da una colorazione bianca troppo accesa, decisamente innaturale se confrontata con quella delle pelli di calamari e seppie appena pescate, può divenire ora una pratica legalizzata, perchè concessa da uno Stato troppo attento agli interessi delle industrie ittiche e meno sensibile forse alla difesa dei diritti dei consumatori a tavola.

Riconoscere una tinta innaturale, rispetto una un po’ più spenta, non è sempre semplice per chi vive lontano dalla costa ed è assolutamente privo di una cultura marina. Se oltre a condurre una politica di manica larga nei confronti della tracciabilità del pesce, si concede persino di utilizzare questi additivi per farli durare più a lungo, allora diventa più difficile per tutti essere certi di quello che si sta per acquistare in pescheria o tra i banchi di un supermercato.

Anche se il ministero della Salute continua a tranquillizzare la popolazione, dichiarando che l’impiego di questi coadiuvanti di sintesi non possa avere ripercussioni sul piano della salute, non ci sentiamo di affermare che la condotta legislativa sia impeccabile dal punto di vista della trasparenza.

Eppure gli utenti un po’ più pignoli potrebbero storcere un po’ il naso nello scoprire che quella che in Italia è una pratica piuttosto frequente, come quella della “sbiancatura con acqua ossigenata”, in verità è considerata dal parlamento europeo un comportamento fraudolento e quindi perseguile in termini di legge. Ci impegneremo con vigore affinchè la cultura del pesce immediatamente pescato batta la logica delle grandi quantità di consumo e sempre meno persone possano essere vittime di frode.

Anche iI fatto di aver reso un obbligo precisare sull’etichetta che siano stati addizionati acidi citrici e citrati, indicati con la sigla E 330 ed E 3331 non scagiona completamente dalle responsabilità l’apparato legislativo in materia alimentare, visto che non vi è né una legge che imponga di specificarne le quantità adoperate, né una particolare attenzione al rispetto di tale direttiva.

Più a lungo o più fresco?

Anche se una tra le problematiche a cui siamo più sensibili resta quella dello spreco degli alimenti e una delle ragioni degli elevati costi di vendita del pesce è associata alla pratica consolidata di buttare il pesce in esubero, non reputiamo giusto ingannare chi vuole comprare pesci freschi, magari destinati ad alimentare dei bambini. Come possono confermare gli addetti allo smaltimento dei “rifiuti speciali”, ogni pescheria getta a fine giornata svariate cassette di pesce che, sino a qualche ora prima vendeva al pubblico ad un prezzo persino elevato.

Quando questi operatori del settore dello smaltimento dei rifiuti raccolgono i prodotti di cui i negozi che commercializzano pesce decidono di liberarsi, le situazioni a cui si assiste possono essere paradossali, mostrando la faccia più crudele di quello che è la legge della domanda e dell’offerta, su cui si basa la nostra economia capitalista. Alcuni esempi? Astici appena morti e che non si muovono più sono considerati per il “grande pubblico” andati a male e quindi “immangiabili”.

Il risultato è quello di liberarsi di costosissimi crostacei, venduti quando si muovevano appena a cifre esorbitanti (sino a 100 euro per chilogrammo), pur di mantenere il prezzo di mercato alto e speculare il più possibile sui consumatori. Di contro, utilizzare dei sistemi impropri per allungare la vita alimentare dei prodotti ittici, non rappresenta di sicuro una soluzione per rendere più sostenibile il mercato e favorire le politiche del cibo a chilometro zero.

Con uno studio più attento delle problematiche legate alla sopravvivenza di alcune specie marine e l’impatto che può avere la pesca intensiva sull’ambiente acquatico, si potrebbe ponderare il consumo effettivo di pesci in cucina per limitare lo sterminio spesso inutile di alcune specie ittiche e fenomeni largamente diffusi di spreco alimentare.

Bisognerebbe imparare a capire come non tutto quello che non viene “commercializzato” sia dannoso per la salute e come non tutto quello che viene spacciato per fresco sui banconi sia genuino per il nostro fisico. A questa legge non scritta e purtroppo non ancora legiferata in Parlamento non fa certo eccezione il pesce.

Basti pensare alla leggerezza con cui venga concesso l’uso di solfiti per la conservazione dei gamberetti rossi, pur di scongiurare il manifestarsi della classica macchia nera sulla testa, nonostante tale “inestetismo” non pregiudichi minimamente la qualità dei crostacei, ma possa aggravare i sintomi in soggetti particolarmente allergici.

Il giallo del tonno rosso

grande tonno rosso pescatoCome documentò benissimo lo staff di “Presa diretta” in una puntata intitolata “pesca selvaggia” dedicata alla commercializzazione di questo grande predatore marino, i rischi alimentari connessi con la vendita del tonno rosso e soprattutto le leggi che ne regolamentano la pesca in Italia, aumentano i rischi sulla salute e favoriscono la diffusione di pratica illegali da parte dei pescatori.

La questione è molto delicata, ma facilmente riassumibile in alcuni punti chiarificatori:

1) Esistono solo 4 aziende in Italia a cui è concesso pescare i tonni rossi
2) Al momento e per i prossimi 15 anni, non è previsto alcun bando per aumentare il numero di questi permessi
3) Lo Stato impone delle “quote di pesce” superati le quali, la pesca del tonno rosso è concessa solo alle aziende che ne hanno diritto.
4) Tutti i pescatori comuni o senza permesso che pescano questa specie marina, una volta che sono state raggiunte le “quote pesci”, devono rilasciare gli animali, pena multe salatissime.
5) A differenza di quello che si vuole far credere alla popolazione, i tonni rossi sono assai diffusi su tutti i tratti marini della penisola italiana e spessissimo vengono pescati dai pescatori comuni e non soltanto equipaggi dotati di pescherecci
6) Il 95% dei tonni rossi viene venduto in Giappone a prezzi altissimi per la produzione di sushi
7) Una volta pescati, questi predoni acquatici, vengono mantenuti in viva in vasconi artificiali e alimentati, affinchè aumentino di peso e possano essere venduti ad un prezzo maggiore.
8) Ogni tonno, di media pezzatura, mangia giornalmente oltre 100 chilogrammi di pesce azzurro (sardine, sgombri, sugarelli, alici, sardine ecc..perchè l’elenco sarebbe lungo)

Una delle situazioni più rischiose per i cittadini è connessa con l’eventualità in cui un pescatore senza permesso (ovvero tutti, tranne per queste 4 grandi compagnie….) possa catturare un tonno rosso. Si tratta di una situazione molto frequente, soprattutto quando tra i mesi di maggio e giugno avviene il noto “passaggio dei tonni”, ovvero una migrazione di proporzioni enormi, osservabile dalla costa di moltissime località di Sardegna, Calabria e Sicilia.

Dal punto di vista legislativo infatti, ogni pescatore senza concessione è tenuto a rimettere in libertà il tonno rosso pescato, fatto non sempre facile, perchè spesso viene pescato già morto, mediante palamiti con fili in acciaio, da cui i pesci non riescono a liberarsi.
I tonni pescati con questo strumento infatti restano ingannati da un amo, collegato ad un resistentissimo filo in acciaio, a sua volta legato a grossi galleggianti. Possiamo facilmente immaginare come questi animali, nonostante la loro grossa stazza, dopo essersi dimenati per ore, si stanchino a tal punto, da morire di stenti.

Nel momento in cui i pescatori recuperano il palamito e si accorgono di aver catturato un tonno rosso, dovrebbero, dal punto di vista legislativo ributtare il pescato in mare, anche morto. Se lo portassero su terra ferma e fossero oggetto di un controllo da parte della guardia di finanza infatti, sarebbero tenuti a pagare delle multe di migliaia di euro, oltre al fermo obbligatorio del natante, per lunghi periodi, esponendosi a ingenti rischi economici che possiamo facilmente immaginare.

Il valore commerciale potenzialmente derivato dalla vendita di un tonno rosso però equivale al denaro che potrebbero guadagnare in circa 8 giorni di lavoro, in cui pescassero solo pesce azzurro. Possiamo quindi intuire come la tentazione di raggirare la legge e trattenersi un esemplare di tonno rosso di un quintale esista.

Il fatto peggiore è che per “nascondere il bottino” ad occhi indiscreti, questi stessi pescatori tendono a infrangere anche tutti quegli obblighi che vengono imposti sulla conservazione del pescato a bordo, soprattutto per contrastare il proliferarsi del batterio anisakis.

Essendo questo grande pinnuto ai vertici della catena alimentare marina possiamo comprendere le grandi quantità di pesce azzurro (la categoria più esposta al pericolo di anisakis, anche se l’elenco è ben nutrito) che può ingurgitare e quindi trattenere tra le sue carni, al di là del rischio di accumulo di piombo, di cui spesso si parla.

Ci si trova di fronte quindi a pescatori negligenti che, ingolositi dal guadagno facile, non seguono affatto quei rigorosi cicli del freddo, tanto decantati dal ministero per la salute pubblica. Il risultato di questa “giostra perversa” che alimenta il mercato del sushi in Giappone è un rischio maggiore di contraffazione del tonno rosso in Italia e l’aumento dei pericoli per la salute di noi amanti del pesce.

Il giallo del tonno rosso si conclude con l’esposizione di pezzi di pesce dal colore rosso fuoco, sintomo di un alimento contraffatto attraverso coloranti artificiali, usati per rendere più allettante il prodotto dal punto di vista culinario. Diffidate del tonno troppo rosso, perchè si tratta di un segnale inequivocabile dell’uso di monossido di carbonio, usato per far apparire il pescato più fresco del dovuto.

Per conoscere maggiori dettagli sul grande business del tonno rosso in Italia, si consiglia vivamente di guardare l’intera puntata di Presa Diretta sul pesce.

Puzza di pesce

L’uso di sbiancanti per vivacizzare la tonalità cromatica di totani, calamari ed altri molluschi non è l’unica sofisticazione di cui possiamo rimanere vittime quando abbiamo voglia di mangiare pesce ittico e osserviamo attenti quello che offrono in pescheria. Avere un negoziante di fiducia può servire a limitare l’eventualità di essere truffati, ma non può rivelarsi il rimedio univoco per avere certezza su quello che si mangia. Impariamo quindi alcuni dei metodi più usati per celare la mancata freschezza di alcune specie, onde assumere un prodotto magari più costoso, ma certamente migliore dal punto di vista organolettico e quindi dalle proprietà benefiche più importanti.

Discorso ancora più vero se si è particolarmente inclini ad allergie di tipo alimentare o se si soffre di colon irritabile e si ha il dovere maggiore di fare attenzione a quello che si pone tra i denti. Un pesciolino meno fresco, spacciato per “appena pescato”, ma riconosciuto come freschissimo, può indebolire le pareti intestinali a tal punto da inficiare particolari cure intraprese per migliorare la motilità del colon e la peristalsi dell’intestino.

Scambio di pesce

Ne sono vittime gli individui con una conoscenza limitata delle specie ittiche, i quali si fidano ciecamente delle etichette. Eppure queste non sempre “dicono il vero”, sia sulla provenienza, né tanto meno sulla classe di pesce venduto. I commercianti più spregiudicati, sfruttano l’ignoranza alimentare dei consumatori per vendere alcune specie, dichiarandone altre, più appetibili sul mercato. E’ il caso di quelle frodi in cui dei tranci di pesci affusolati, molto simili allo squalo smeriglio vengono venduti come fette di pesce spada.

La grossa spina dorsale centrale, comune ad ambo le categorie di pesci, può ingannare l’occhio meno esperto. Accertiamoci sempre della presenza della testa di un pesce spada, decisamente riconoscibile dal rostro, sia compatibile con il resto del corpo esposto sulla bancarella. Proprio come avviene nel caso della commercializzazione dei conigli, quando si obbliga il commerciante ad esporre anche la testa in modo tale da rassicurare i consumatori sul fatto che non si tratti di un gatto, anche nel caso della cernia dovrebbe accadere qualcosa di simile o di altre tipologie di pesci con altri nomi.

Le grosse labbra di questo pesce ittico e la conformazione particolare del muso dovrebbero fugare ogni dubbio sul fatto che possa trattarsi di un pangasio.

Poli Polifosfati

Seppure anche in questo caso non sussista un vero pericolo che metta a repentaglio la condizione di salute di un uomo, donna o soprattutto bambino, il rischio di comprare “acqua a peso d’oro” è alto. L’impiego dei polifosfati nella conservazione dei prodotti marini è consentito e permette di scongiurare quelle “bruciature da gelo”, tipiche di un pesce congelato.

Usare polifosfati permette di creare una pellicola protettiva al prodotto e quindi farlo durare più a lungo e meglio conservato dal punto di vista dell’aspetto. Questo processo garantisce una tolleranza migliore del pescato al ghiaccio, ma aumenta di contro le possibilità che questo risulti più pesante a causa di questo escamotage.

Ce ne si accorge facilmente in fase di cottura, quando una seppia di mezzo chilogrammo si riduce sino a sembrare una seppiolina di 150 grammi, sintomo di come siano stati impiegati polifosfati per fare resistere questo cibo più a lungo nel tempo. Diffidate quindi di prodotti troppo “pompati” e innaturalmente gonfi.

I segreti per riconoscere pesce fresco

Se non si ha la possibilità di pescare dei pesci da sé, come farebbe un sub o un amante del kayak fishing, allora leggete attentamente questi suggerimenti che potrebbero aiutarvi a distinguere un pesce buono, da un prodotto mistificato o comunque più datato. Premesso che vedere se un pinnuto è fresco e potersi fidare di un negoziante è alla base di ogni piccola comunità che funziona, ci rendiamo anche bene conto che non tutti i nostri lettori abbiano un pescivendolo di fiducia.

In questo caso esistono comunque alcune attenzioni che andrebbero rivolte onde scongiurare raggiri o delusioni, indipendentemente dai nomi che questi animali possono assumere. L’amore per il mare e i suoi prodotti così gustosi, non può prescindere dalla conoscenza dei sistemi più diffusi per nasconderne il reale stato. Occorre quindi farsi furbi e imparare i trucchi per sembrare “ittologi”, anche quando le informazioni che abbiamo sulla vita marina si limitano ai documentari di super quark. Queste piccole regole vi faranno sentire più sicuri quando comprerete crostacei, ma anche pesci come sogliole o triglie (decisamente apprezzate nei periodi estivi).

1) Fingetevi esperti e siate curiosi. Fare domande al gestore della pescheria, ma anche agli addetti. Osservare come questi, nonostante la fila di clienti in attesa, dedichi tempo nelle risposte e riesca a darci un quadro rassicurante e coerente sul luogo in cui è stato pescato e sui sistemi di pesca impiegati è un ottimo punto di inizio per poterci fidare di questo esercente.

Raccontare di come si è stati a pesca di questo pesce o raccontare qualche aneddoto di qualche esperienza di pesca in famiglia, metterà il negoziante nelle condizioni tali di sapere che non si sta parlando con dei perfetti sprovveduti e li farà essere un po’ più accorti nel fornire informazioni false sull’argomento. Osservare negli occhi il negoziante, prima ancora di vedere se è genuino i merluzzo che vende, giudicando lo stato degli occhi e la presenza di sangue nel bulbo oculare, può essere assai utile.

2) Assicurarsi dell’integrità del pesce. Spesso i pesci mal conservati, oltre a puzzare un po’, si presentano parzialmente rovinati. Come è noto, il ghiaccio può rovinare le tenere carni delle spigole di mare o quelle dei merluzzi non allevati. Quando ci si accorge di pinne danneggiate o di sagome non perfettamente speculari nei lati, molto probabilmente ci si trova di fronte a del pesce se non proprio marcio, decisamente mal conservato.
3) Preferire le pescherie che espongono pochi prodotti a quelle con una scelta più ampia e quasi infinita. Sapere che quel negoziante che vende pesce spesso termina una categoria ittica, indica un segnale decisamente positivo sul fatto che si rifornisca di piccoli quantitativi e non abbia stipato nelle celle frigorifere quantità industriali di pescato, pronto per essere decongelato all’occorrenza. La stessa presenza di pesci accumulati l’uno sull’altro può facilitare il deterioramento dei prodotti marini.

4) Comprare soltanto mitili, vongole, ostriche, fasolari e noci di mare completamente immerse nell’acqua e tenute costantemente vive, attraverso ossigenazione delle vasche. Evitare le cozze esposte al sole o “custodite” soltanto attraverso un panno inumidito. Mantenere i frutti di mare in acqua è l’unico modo per mantenerli freschi e vitali. Nel caso particolare delle cozze, per scandagliare il loro stato, si consiglia di odorarne il contenuto e scartare quelle che presentavano un olezzo di fogna o comunque dei sintomi di un processo di decomposizione in corso. Nel caso le si cucinasse in un tegame, bisognerà prestare molta attenzione a quei mitili che, nonostante la cottura, rimarranno chiusi. Questo comportamento rappresenta un campanello d’allarme sul cattivo stato di conservazione del frutto marino, di cui le coltivazioni più famose in Italia, si effettuano nel golfo di Taranto, a Ravenna e nelle lagune di Lesina e Venezia.

5) Occhio alla croce sull’etichetta. Seppure sull’etichetta di accompagnamento dovrebbero essere indicate informazioni importanti circa i prodotti in vendita, non sempre questi dati sembrano di facile lettura. Dei cartellini rovinati caratterizzate da croci sbiadite dal contatto con l’acqua non permettono ai consumatori di documentarsi adeguatamente. In questi casi essere più esigenti nei confronti del titolare della pescheria o comunque fare la spesa con qualche riserba. Esistono pennarelli indelebili, creati ad hoc per resistere all’umidità e se le etichette non sono perfettamente leggibili, potrebbe esserci una ragione poco rassicurante.

6) No ai colori accesi. Il bancone di una pescheria non è una vetrina di profumi! Non bisogna mai farsi ingannare dai colori troppo accesi o dalle carni eccessivamente bianche del pescato messo in vendita. Come abbiamo già analizzato parlando del tonno rosso e dei sistemi truffaldini adoperati per conferire una durata commerciale maggiore ai pesci, diffidare è sempre meglio che curare…

7) Preferite pesci con la dicitura pescato in mediterraneo anzichè quelli che indicano, come area d’origine, la zona F.A.O. Anche perchè fanno parte del territorio chiamato FAO un’infinità di località disseminate in tutte le parti del Mondo. In realtà dopo la dicitura pescato F.A.O, dovrebbe seguire un numero che indica la zona di pesca dell’animale, ma questo non sempre avviene, soprattutto tra i banconi dei mercati rionali.

zone pesce fao nel mondo
F.A.O. 21, oceano Atlantico nord-occidentale
F.A.O. 27; 27.III.d, oceano Atlantico nord-orientale e mar Baltico
F.A.O. 31, oceano Atlantico centro-occidentale
F.A.O. 34, oceano Atlantico centro-orientale
F.A.O. 41, oceano Atlantico sud-occidentale
F.A.O. 47, oceano Atlantico sud-orientale
F.A.O. 37.1; 37.2; 37.3; 37.4, mar Mediterraneo e mar Nero
F.A.O. 51; 57, oceano Indiano
F.A.O. 61; 67; 71; 77; 81; 87, oceano Pacifico
F.A.O. 48; 58; 88, oceano Antartico

Si ricorda, a titolo informativo, che l’obbligo di riportare determinate informazioni sulle etichette, come metodo di pesca impiegato, denominazione della specie e provenienza geografica, riguarda solo il pescato (molluschi, pesci e crostacei), consumato fresco o congelato, ma non prodotti di grande consumo come il tonno in scatola.

Ad ogni modo le proprietà nutrizionali dei pesci sono tali da non giustificare un eccessivo terrorismo alimentare. Se si ha la fortuna di vivere vicino al mare sarà meglio andare ad acquistare il pesce fresco direttamente dai gozzi dei pescatori, quando rientrano dall’uscita in mare, per essere più ottimisti sulla qualità del pesce mangiato. Non occorre consumare pesce decongelato per poter dire ugualmente che si è mangiato un cibo di qualità. Se invece non si è nati sotto il segno dei pesci, ma si ha ugualmente la passione per questo tipo di pietanze, allora un po’ di cultura ad un consumo più consapevole non guasterebbe, con buona pace di tutti gli Arieti che continueranno ostinati a fare di testa propria, a dispetto di tutti i suggerimenti provenienti dagli astri o da Paolo Fox.

Eppure, mentre noi scriviamo queste righe e voi leggete questo articolo, c’è gente che acquista pesce fresco online e tutto questo ci lascia alquanto perplessi.

Ristoranti che reclamano pesce fresco

Un po’ tutte le località di mare sono ricche di ristorantini, più o meno carini, con menù a base di prodotti del mare. Anche se la vicinanza con lo specchio d’acqua, naturale dimora degli abitanti con squame e con tentacoli, farebbe pensare che dispongano tutti di varietà appena pescate, non sempre questa è una vera regola. Ristoratori truffaldini, commercianti senza scrupoli, approfittando dell’ingenuità dei turisti o dell’ignoranza questo settore, approfittano per rifilare prodotti surgelati o pescati di qualche giorno prima.

La prima cosa da fare per capire se il ristorante serve pesci di qualità è chiedere di vedere i suoi prodotti di persona. La presenza di una vasca contenente pesci vivi o aragoste non significa avere una prova certa che si tratti di un ristorante serio. Non è detto infatti che farciscano i piatti di mare con gli stessi animaletti presenti negli acquari presenti in sala. Assicuratevi quindi di vedere se i camerieri “peschino” i prodotti con un retino, prima di dichiarare la freschezza assoluta dei pesci in vendita in quel locale.

Meglio sempre farsi portare di persona, sia per valutare il grado di sicurezza e fierezza con cui il cameriere di descrive la modalità e il giorno in cui è stato pescato il prodotto che ti sta mostrando e sia per osservare da vicino l’aspetto e mettere a frutto quello che avete imparato in questa breve guida.

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